la radio e il filo spinato

di e con Roberto Abbiati e Luca Salata
assistente alla regia Lucia Baldini
e un contributo poetico di Mario Vighi

 

L’ufficiale medico del campo di Auschwitz che fece la puntura di acido fenico per ammazzare padre Kolbe si sentì dire “Lei non ha capito nulla della vita. L’odio non serve a niente… Solo l’amore crea.”

Lo immagino con una voce ferma e con una mano compassionevole sul braccio del dell’assassino, malgrado i 15 giorni nel bunker n 13 senza cibo ne acqua. Una specie di “Stia tranquillo vinco io anche se mi ammazza.” E quello lo ha ammazzato!

L’ufficiale qualche anno dopo andò a testimoniare al processo di beatificazione del padre francescano. Aveva vinto chi era morto. Non è una gran soddisfazione morire. E’ una gran soddisfazione vivere, e quando morì il padre Kolbe aveva vissuto alla grande. M’incuriosisce la passione per la radio che aveva, per le onde radio, le onde radio che partono e vanno lontano, le onde radio non le fermi, ne con le montagne, ne con i muri, le onde radio partono e vanno, questo secondo me affascinava la mente del padre Kolbe, l’idea che ci sono cose che vanno oltre e che non puoi fermare, neanche se gli spari o se gli inietti l’acido fenico.

Così divenne radio amatore, subito, quando esserlo era una cosa da studi e da brevetto. Prese il brevetto.

I personaggi di questo spettacolo sono, una radio, con le sue frequenze, la modulazione e lo spettro elettromagnetico. Una vera radio in scena, da capire e da vedere per capire. Per capire dove può arrivare il pensiero unano, sia buono che perfido.

L’ufficiale medico che ammazzò padre Kolbe, e che ha dovuto suo malgrado riportare la frase che ho citato, come testimone della sconfitta.

Il Padre Kolbe che affascinato dalle cose che vanno oltre, s’appassiona alla radio, e alla speranza. Tutte cose che ha lanciato oltre il filo spinato.

I cani e i Rolling Stones, i cani in questo spettacolo sono cani di cartone e gesso, sono marionette e sono il male, il male con i denti bianchi e cattivi, marionette con la bocca aperta, i Rolling Stones con Always Suffering la colonna sonora, forse perché il rock si addice a uno spirito forte e ardito come Padre Kolbe.

Uno spettacolo con due attori, uso di oggetti e macchinerie, grandi e piccole marionette a cui dar voce e corpo su un palcoscenico, marionette che interagiscono con gli attori, e due luci, due nel senso di due lampioni a che fanno la luce necessaria a raccontare le miserie e la grandezza della vita umana.

Uno spettacolo come una specie di voto per me per cercare di “capire qualcosa della vita”.

 

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La radio e il filo spinato: padre Kolbe e il cammino verso la catarsi
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Sul finale incarnano, invece, la figura dell’ufficiale medico che inietta il veleno nel corpo dell’automa poggiato sulla cassa/catafalco al centro della palco per mezzo di un geniale intreccio di braccia, creando una scena di incredibile impatto emozionale.

La radio e il filo spinato

di Paolo Corsi

La sua è una “macchina teatrale” nel vero senso della parola, che una volta messa in moto genera i personaggi e li muove all’azione. Ne esce una rappresentazione in cui confluiscono elementi del teatro di figura, stilizzazioni e concretizzazioni della fantasia. Come in un gioco dell’immaginazione, qui le sagome di padre Kolbe e dell’ufficiale medico nazista prendono vita, componendosi attraverso l’interazione tra attori in carne ed ossa e oggetti. Con i bellissimi inserti delle canzoni dei Rolling Stones l’atmosfera si fa quasi fiabesca, ma di una fiaba che non nasconde né la cruda realtà né il grande messaggio di speranza e amore per la vita che porta con sé.

Teatro e critica
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Essi danno poi vita alle testimonianze di alcuni deportati che ricordano atti di varia umanità di cui padre Kolbe fu protagonista (il dono della sua magra razione di zuppa a un giovane, l’atto pietoso di raccogliere e cremare i cadaveri di alcuni ex-compagni), utilizzando i loro corpi, i suoni della natura registrati, pezzi o rottami di varie biciclette, alcune marionette sia costruite che dipinte a mano e un sapiente gioco con sei lampadine.