Il cane scemo e mio fratello Leo di roberto abbiati
 

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le foto sono di Lucia Baldini in riva al mare

Avevamo lavorato tutta la notte a far brioche e torte al ciocolato io e mio fratello.
Siamo arrivati alla spiaggia alle 7 di mattina.
Era fredda. Era grigia e deserta, e c’era un cane sdraiato, silenzioso e malinconico, con gli occhi persi guardava il mare, o forse il lungo molo della Solvay nella nebbia. Son brutti i moli chimici sul mare ma servono.
Guardavamo l’orizzonte perché amiamo la poesia e ci siamo scaldati immaginando il sole. Guardavamo il mare mentre mio fratello cantava “Per un ora d’amore non so cosa darei.” a squarciagola perché così si rilassa dopo il lavoro.
Ho chiuso un occhio così immaginavo meglio il sole, mi veniva la faccia da scemo ma sentivo più caldo. “Facciamo almeno giocare il cane!”
“Cosa!” Mi aveva svegliato e tornavo ad aver freddo.
E’ stato Leonardo mio fratello che ha cominciato ha tirare il legno al cane per farselo riportare, tira di nuovo e “Vai cane.” Correva felice come un dannato il cane.
Sudava la bestia e soffiava vapore acqueo di 40 gradi “Vai!”
Mi sono stancato. “Dai andiamo!”
Il cane smesso il sorriso s’è messo a ringhiare, “Vuole giocare ancora, Leo tiragli l'ultimo che poi si va!” A tirato ancora e poi ancora e poi di nuovo.
Un’ora dopo non sapevamo più come venir via, se capiva che volevamo andarcene mostrava i denti rabbiosi.
“Io non ne posso più e vado!” dissi a mio fratello. “E mi lasci qui con il cane?” Avrei voluto ma non potevo lascirlo, è uno scemo ma è sempre mio fratello.
Idea. “Lanciamo lontano e scappiamo. Tiri tu o tiro io?”
S’è accorto delle nostre intenzionie a metà della corsa ed è tornato feroce.
“Buono cane siamo amici, non andiamo via. Giochiamo?” E lanciammo di nuovo legni che quel maledetto ci riportava sempre e subito.
Idea. "Lancialo in acqua così affoga e ce ne andiamo."
Lancio. S’è voltato a guardarci nero.
“Scherzavamo cane. Dai.”
Quel demonio d’un cane era infaticabile, avevamo cominciato a giocare all’alba, ed eravamo lì ancora a tirare i legni mentre il molo scompariva nel buio e la fiamma degli scarichi divampava nella notte.
“Leonardo basta, io vado!”
“Fratello, non puoi lasciarmi.” Mi chiama fratello solo quando gli fa comodo.
“Torno domattina presto a lanciar legni così tu vai a casa a fare un bagno e a mangiar qualcosa, poi tu torni domani pomeriggio a darmi il cambio!”
Il cane ha riportato il legno ed è partito al trotto verso la duna. Tranquillo. Tutto tranquillo.
“S’è stancato, corri, corri, andiamo via!”
“Sono stanchissimo.”
“Corri, Leo, corri!”
“Va piano tanto quello non torna più.”
Eravamo quasi agli alberi quando ci ha sorpreso con i suoi cinque amici. Ridevano.
“Porco cane non è possibile!”
C’era la luna pallida nel cielo e la fiamma dello scarico a tutto volume e noi lanciavamo legnetti nell’oscurità che ci venivano riportati tutti, non c’era verso di smettere, sempre più veloci, mollavi un attimo e ringhiavano feroci, adesso erano in sei e io avevo sempre più freddo.
“Leo sei un cretino!”
“Perchè?”
“Perché far giocare i cani malinconici!”
Ormai ci voleva la protezione civile o i caschi blu per tirarci fuori.
“Io ho freddo!” Albeggiava, riaffiorava il molo industriale e spariva la fiamma di scarico.
“Roby guarda come è bella l’alba sul mare.” Era bellissima.
“Leo vai a cagare!”
“Roby non sento più le braccia.”
“Leo io non ti sento più!”
Erano le undici e un quarto del giorno dopo.
“Leo guarda quello!” C’era un turista grasso con un cappello di pelo alla russa che veniva verso di noi. Ci aveva visto.
“Ridi Leo!”
“Perchè?”
“Ridi scemo e canta una canzone bella di Julio Jglesias!” E cominciammo a ridere e a cantare che sembravamo due scemi.
“Vuole provare?” “Como?” Era un tedesco con una macchina fotografica giapponese.
“Leo sai il tedesco?”
“So il francese, brioche, chantilly, sac a posc, Platini.” Tutto quello che sapeva di francese riguardava la pasticceria o i nomi dei calciatori.
Eravamo stanchi morti e ridevamo.
“Leo o parli tedesco e ti fai capire o siamo morti.”
“Vuole tu provare legnetto?”
“Fare così!”
“Provi non difficile.”
Al primo lancio che ha fatto ci siamo messi a correre. I cani ormai guardavano il ciccione tedesco che rideva e lanciava i legni ai cani.
“Ridi ciccione, ridi!” Anche Leonardo rideva, io ridevo ma avevo sempre freddo, e lì per lì odiavo l’alba, solo un Martini con ghiaccio mi avrebbe riscaldato il cuore, ma i bar sul lungomare quando fa freddo sono chiusi.
Allora calmo ho fatto la pipì contro il muro della Solvay, ho chiuso un occhio e finalmente dopo una notte fredda m'è parso di sentir un po’di caldo. Il caldo del sole, o del mare, o forse era solo mio fratello.

tratto da "Memorie di una pasticceria in riva al cielo"