11 aprile

moby dick o la balena a Erba

libreria di via Volta ore 19

Vita di un allibratore brianzolo
di Matteo Codignola

 

Roberto Abbiati ha cominciato a lavorare su Moby Dick molti anni fa, intagliando nel legno scene e personaggi del libro di Melville. Ha continuato, ricavando da uno dei romanzi più lunghi e densi della letteratura moderna uno degli spettacoli più brevi e aerei del teatro contemporaneo. Oltre quel piccolo miracolo di illusionismo teatrale – quindici minuti in cui quindici spettatori, chiusi in una scatola di legno buia che sembra il ventre di una baleniera, guardano gli oggetti di volta in volta illuminati sulle pareti, ascoltando la voce di Roberto raccontare, in un numero straordinariamente esiguo di parole, l’intera storia della Balena Bianca – sembrava difficile andare. E invece adesso Roberto è tornato a Moby Dick studiando un’altra possibilità, altrettanto estrema: raccontare il libro solo per immagini – una per capitolo – rinunciando a qualsiasi forma di testo.
Eppure, anche se la vicenda che ho appena riassunto parrebbe dimostrare il contrario, conosco Roberto quanto basta per garantire che la parola «ossessione» – troppo spesso e con troppa leggerezza strappata al suo ecosistema d’origine, i trattati di psicologia clinica – non gli si addice. No, Roberto non è ossessionato da Moby Dick. Le ossessioni non lo interessano, e del resto la maschera con cui ama presentarsi in pubblico – quella di un rude artigiano brianzolo, momentaneamente prestato a varie attività artistiche – non le prevede. In realtà, a Roberto piace semplicemente scommettere, o raccogliere scommesse: pensate che non sia possibile tornare su un libro già letto in tutti o quasi i modi possibili, e farlo sembrare raccontato per la prima volta? Vi farò vedere che non è vero.
E tuttavia, l’ultima delle sue scommesse – questa, che tenete in mano – Roberto probabilmente l’avrebbe persa, se non avesse seguito la sua vera, grande passione. Moby Dick è stato illustrato infinite volte, e almeno in un caso, quello di Rockwell Kent, con tavole talmente precise da identificarsi una a una col libro che le conteneva. Solo che Kent accompagnava ancora un testo, mentre per affidarsi esclusivamente alle immagini serviva altro. Serviva, certo, quella capacità virtuosistica di entrare nelle pieghe del racconto di Melville che Roberto ormai dimostra anche solo schizzando un cetaceo su un foglio a quadretti. Ma soprattutto servivano il culto maniacale – stavolta sì – del nero, e soprattutto l’uso maestoso del bianco, che Roberto ha sviluppato imparando, da ragazzo, le regole e i segreti della tipografia. Un’arte quasi estinta, e soprattutto favoleggiata, ormai. Eppure, se qualcuno decide di darle comunque la caccia, vale sempre la pena di imbarcarsi con lui.